Psicologo e Psicoterapeuta. Formatore e Trainer. Esperto di Assessment di gruppo ed individuale, Selezione e Ricerca di Personale. Consulente per la ricerca clinica, aziendale e di mercato. Riceve a Pescara e Roma.
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Paura di essere giudicati e di fallire: la fobia sociale spiegata dalla psicologia

Le fobie sociali si riferiscono ad un ampia gamma di paure e condotte di evitamento sociale; 

dal punto di vista psicologico, possono anche cronicizzarsi in atteggiamenti duraturi e pervasivi, più complessi da affrontare per lo specialista o lo psicologo clinico

Il più delle volte si tratta di paure diffuse: le persone possono temere di apparire ridicole e di dire cose sciocche, oppure se osservate od interpellate possono avvertire rossore o vampate di calore, o semplicemente temere che ciò possa accadere e renderli ridicoli dinnanzi ad altre persone.

Quali che siano le situazioni che generano ansia, l’aspetto caratterizzante è l’eccessiva ed irrealistica apprensione per un giudizio o una valutazione negativa da parte degli altri. 

L’ampiezza dei comportamenti di evitamento di situazioni esterne alla famiglia comporta una progressiva limitazione o addirittura uno decadimento del livello di vita sociale del soggetto. 

Pur desiderando di partecipare a diverse attività sociali, le persone che hanno questo disturbo devono lottare ogni volta contro preoccupazioni tali e contro stati d’ansia tanto elevati da indurli spesso a rinunciarvi, mentre altre volte si innesca un circolo vizioso di imbarazzo e di brutte figure.


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Modelli per spiegare la fobia sociale

Un modello di eziopatogenesi della fobia sociale è quello di Trower e Gilbert (1989), secondo i quali le paure e le fobie sociali troverebbero spiegazione in meccanismi comuni con altri animali, quali la territorialità e l’organizzazione gerarchica

Questi meccanismi hanno lo scopo di assicurare la protezione della specie dalle minacce dei nostri simili attraverso due distinte modalità: una agonistica ed una edonistica. 

Nella prima, i comportamenti di sottomissione nei confronti di un rivale dominante consentono la fine dell’aggressività altrui e l’aggregazione al gruppo. 

 

Nella seconda, il soggetto dominante invia segnali di protezione e di affetto nei confronti di un ipotetico invasore

Nella fobia sociale, l’equilibrio fra le due modalità sarebbe sbilanciato nei confronti della prima, facendo in modo che l’individuo percepisca sempre l’estraneo come un agonista, necessitando di un livello di attivazione esageratamente elevato rispetto alla situazione, generando un’aspettativa di giudizi negativi e la produzione di comportamenti di sottomissione. 


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Sono presenti altre ipotesi di spiegazione del disturbo (Galeazzi 2004).

Queste ipotesi, molto utili nella pratica psicologica, sono quella del deficit primario, quella della inibizione e quella della distorsione cognitiva. 

La prima ipotesi considera la fobia sociale come dovuta alla presenza di un deficit consistente nelle abilità sociali: più semplicemente, la persona sviluppa difficoltà sociali a causa della mancanza di adeguati modelli ed esperienze positive rinforzanti. 

La seconda, introdotta da Wolpe (1972), rappresenta la fobia sociale come conseguenza della presenza di elevati livelli di ansia che impedirebbero la messa in atto di abilità sociali di cui il soggetto è dotato

Nella terza ipotesi, l’ansia sarebbe prodotta da sistematiche distorsioni cognitive caratterizzate da aspettative eccessive o irrealistiche, svalutazione di sé o delle proprie capacità. 

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Al centro delle cognizioni e delle emozioni della persona che soffre di fobia sociale troviamo la paura del fallimento e la paura del giudizio negativo (Clark e Wells 1995). 

I soggetti con questo disturbo sono preoccupati di fornire una buona immagine di sé agli altri, ma contemporaneamente non sono  affatto sicuri di riuscirci. 

Tale insicurezza si fonda su atteggiamenti negativi nei confronti della propria prestazione e da strategie comportamentali protettive e di evitamento. 

Tutto ciò impedisce a queste persone di concentrarsi sulla situazione e sui feedback sociali, ipervalutando le sensazioni interne per costruirsi una immagine di sé negativa da attribuire agli altri. 

La psicoterapia può affrontare queste difficoltà con differenti modalità ed approcci, senza ricorso ai farmaci, e con prospettive di efficacia molto positive e a breve termine.

Chiedila al tuo specialista psicologo-psicoterapeuta. In poche sedute tutti potranno apprezzarne i risultati.  

Massimiliano Barattucci

Leggi l'articolo sulle tecniche per gestire l'ansia.

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Bibliografia
Clark, D.M., Wells, A. (1995), A cognitive model of social phobia. In R. Heimberg, M. Liebowitz, D.A. Hope, F.R. Schneier (eds.), Social phobia: Diagnosis, assessment and treatment, Guilford, New York.
Galeazzi A., Meazzini P. (2004), Mente e comportamento. Giunti, Firenze.
Trower P., Gilbert P. (1989), New theoretical conceptions of social anxiety and social phobia, in clinical psychology review, 9, 19-35
Wolpe J. (1972), Tecniche di terapia del comportamento, Milano, Franco Angeli.

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